Considerazioni sul confroto aperto sul simbolo della "Cosa Rossa" di Nino Frosini
Il confronto che si è aperto sul simbolo della cosiddetta “cosa rossa” ( pessimo nome dal vago odor di occhettiana sciagura ) è ...
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Il confronto che si è aperto sul simbolo della cosiddetta “cosa rossa” ( pessimo nome dal vago odor di occhettiana sciagura ) è decisamente surreale.
Nessuno pretende di imporre il proprio simbolo al nuovo soggetto plurale della sinistra.
Nessuno, certo non i comunisti, vuole che siano predominanti i propri tratti identitari.
Ma è del tutto evidente che nel simbolo futuro non potranno non essere richiamate, o peggio impedite, le identità dei partiti che andranno a comporlo.
Sicuramente per quanto ci riguarda non c’è alcuna disponibilità a rinunciare ad un richiamo esplicito al comunismo : perciò la falce ed il martello ci saranno o non ci sarà il simbolo unitario.
Ovviamente, poi, saranno i grafici ed i “creativi” a dargli forma e a collocarla nel contesto del simbolo unitario.
Del resto i simboli in politica, come nella vita, definiscono il ruolo sociale : chi mai andrebbe dove si espone il simbolo di una farmacia, dove c’è scritto farmacia, a comprare una stecca di sigarette ?
I simboli del comunismo sono i simboli del lavoro per come esso storicamente si propose ( se il comunismo nascesse oggi forse al posto della falce e del martello ci sarebbe un computer). Definiscono quindi un’identità basata sulla priorità di dare rappresentanza agli interessi di una classe sociale maggioritaria nella società.
Una classe sociale, quella dei lavoratori dipendenti e di tutti coloro che pur con la partita IVA si campano la vita come salariati, che è quella di chi materialmente produce la ricchezza del sistema e dal quale “riceve”, stipendi sempre più insufficienti per arrivare alla fine del mese e un’esistenza precaria, come precario è il lavoro dei nuovi “sottoproletari” del terzo millennio.
Quindi sarebbe un errore enorme ritenere il confronto sui simboli il frutto di una contesa puramente esteriore.
D’altra parte il Partito Democratico non sarebbe nato se non si fosse sciolto il PCI. E per arrivare ai contenuti politici e programmatici che quel partito oggi esprime non sarebbe stato affatto sufficiente “cambiare” solo la linea politica del PCI. Si doveva, come in effetti si fece, sciogliere quel partito partendo dai simboli.
Il simbolo di un partito, come quello di un qualsiasi soggetto politico (quindi anche la futura federazione della sinistra unita ) è la rappresentazione plastica dello strumento con il quale si opererà nell’agone politico.
Perciò dallo strumento si capisce anche quale sarà il lavoro che verrà svolto.
Insomma pensiamo sia difficile ritenere di poter scalare una montagna, e di essere credibili nel dirlo… costruendo un seggiolone.
Infine, tornando al “nostro” dibattito e concludendo : se Rifondazione ritiene ingombrante il simbolo dei comunisti è un problema suo ed eventualmente del suo corpo militante e dei suoi iscritti, ma se Rifondazione “gioca di sponda” con la sinistra di Mussi per imporre ai comunisti scelte impossibili da condividere abbia perlomeno il coraggio politico di farlo esplicitamente. Dopotutto l’onestà intellettuale non è uno sport estremo.
Per quanto riguarda Sinistra Democratica è davvero stupefacente che chi, dalla Bolognina in poi, ha sbagliato tutto dando sostegno a quel progetto sciagurato che alla fine è sfociato nello scioglimento persino dei DS, pretenda di scrivere coordinate strategiche degne di qualche fiducia, come avrebbe detto il grande Totò, “ a prescindere “.
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Nino Frosini
Segretario Regionale PdCI